![]() |
CORSO DI LAUREA IN PROGETTAZIONE E GESTIONE DELL'AMBIENTE
GESTIONE DELLE RISORSE FAUNISTICHE E ZOOTECNICHE
POLO UNIVERSITARIO DI BRACCIANO - ANNO ACCADEMICO 2010-2011 |
![]() |
LA DOMESTICAZIONE
Domesticazione animale e agricolturaTesto di Cristiana Terzani Soprintendenza archeologica del Molise Ministero Beni e Attività Culturali
Isernia, Complesso monumentale di Santa Maria
delle Monache Per alcune
centinaia di millenni l’uomo preistorico ha condotto la sua esistenza
uccidendo prede selvatiche per nutrirsi, difendendosi a sua volta dalle
specie animali più aggressive. Con l’allevamento in gruppi di animali, con totale o parziale dipendenza dall’uomo per il nutrimento, con il progressivo controllo dei processi riproduttivi, si è giunti nel tempo alla creazione e alla progressiva selezione di specie domestiche, con caratteristiche biologiche e attitudini diverse da quelle delle originarie specie selvatiche. L’allevamento del bestiame è sorto nell’ambito delle culture neolitiche, che avevano avviato il fenomeno della sedentarizzazione degli insediamenti e avevano intrapreso la coltivazione anche di specie vegetali. I gruppi umani dediti all’agricoltura avevano infatti disponibilità di foraggi con cui nutrire il bestiame per l’intero ciclo annuale. Pur permanendo nel tempo forme di economia “mista”, con allevamento stanziale all’interno di villaggi agricoli, per l’accrescersi delle mandrie, divenute una minaccia per i campi coltivati e per l’esigenza della ricerca di nuovi pascoli si aprono quindi per gli allevatori, dediti alla pastorizia e al nomadismo, nuove forme di sussistenza. Nascono forme intensive e specializzate dell’allevamento: con l’accrescersi dell’importanza economica degli armenti, l’uomo si adatta alle loro esigenze, nella ricerca di nuovi pascoli, con forme di transumanza anche stagionale. La vita a stretto contatto con le greggi condiziona la struttura sociale, la mentalità e la formazione culturale delle popolazioni dei pastori nomadi. A seguito delle risultanze degli scavi archeologici, si può affermare che se forme domesticate del cane sono attestate nella preistoria europea già nel Mesolitico, la domesticazione degli ovicaprini, dei bovini e dei suini ebbe luogo tra il IX e il VII millennio a.C. nel Vicino Oriente, dove vivevano gli antenati selvatici di tali specie. Negli altipiani
circostanti la “mezzaluna fertile”, dove cominciavano a costituirsi gruppi
di coltivatori sedentari, il primo animale ad essere domesticato fu la
capra (presente nei livelli antichi di Jarmo), che con la pecora divenne
la prima specie allevata in greggi. Il maiale deriva dal cinghiale comune; è animale tipico delle società agricole “da villaggio” per l’indole pigra e per la tendenza all’impinguamento, ricercato per la carne ed il concime. Compare precocemente nei livelli neolitici europei ed asiatici. Assume un ruolo rilevante anche come vittima nei sacrifici. Il cavallo compare più tardi: la domesticazione ha avuto origine dalla fine del V millennio a.C. nelle regioni steppiche orientali, tra Turkmenistan e Kazakistan, culla di pastori nomadi, diffondendosi precocemente verso gli altopiani iranici, la valle dell’Indo, le steppe russe; in Ucraina in particolare sono note culture in cui il cavallo è la specie domestica predominante. VEDI STORIA DEL CAVALLO Nelle regioni
dell’Asia occidentale e dell’Europa è attestato non prima del III
millennio a.C. Nella prima fase non vi è traccia di un allevamento intensivo, rimanendo una specie elitaria, usata verosimilmente come cavalcatura dai ricchi o nobili. L’uso come mezzo da traino viene fatto risalire all’apparizione di veicoli con ruote raggiate sullo scorcio del III millennio a.C., divenendo diffuso anche l’impiego per la trazione di carri da guerra: dai regni babilonese, assiro, dall’Egitto si diffonde presto anche in Europa. I nuovi elementi culturali della neolitizzazione si espansero verso occidente: trasmessi da popolazioni appartenenti a diverse correnti culturali arrivate dalle regioni del Danubio e per mare lungo le coste del Mediterraneo orientale, con una navigazione tra le isole. A partire dalla metà del V millennio a.C. gruppi neolitici in Italia iniziarono uno sfruttamento più ampio delle risorse locali: si sviluppa la domesticazione di specie disponibili alla stato selvatico, come bovini e suini, con una economia “mista” di interazione tra agricoltura e allevamento in insediamenti prevalentemente stabili. Nell’ambito dei movimenti di genti dell’Eneolitico, durante il III millennio a.C. arrivarono in Italia popolazioni provenienti dall’Anatolia, dall’Egeo e dalla penisola iberica, in possesso di tecniche metallurgiche progredite. Nomadi e dediti alla pastorizia, erano spesso dotati di armi; hanno introdotto nuovi culti e riti sepolcrali, il diffondersi dei monumenti megalitici, nuove forme di ceramica e di ornamenti. In alcuni casi si fusero con gli indigeni agricoltori, con una forma di economia mista. Tracce di disboscamento e di frequentazione di siti a quote elevate sembrano attestare uno sviluppo delle attività di allevamento mobile. Nell’Età del Bronzo nell’arco del II millennio a.C. il processo di stabilizzazione degli insediamenti è da collegarsi anche a forme più intensive di sfruttamento del suolo, legate all’uso dell’aratro. Si riscontra una divisione in aree, con diverse influenze culturali, nella penisola. I territori settentrionali sempre più gravitarono vero le correnti culturali transalpine: gli abitati lacustri padani e le terramare sul margine meridionale della pianura paludosa sono villaggi agricoli, con allevamento stanziale del bestiame. Nell’Italia centro-meridionale si venne a formare nel Bronzo medio una omogeneità culturale con la Civiltà Appenninica. Era caratterizzata da un’economia mista, in cui il prevalere dell’allevamento di tipo pastorale o dell’attività agricola dipendevano in parte dalle diverse situazioni ambientali. E’ indubbia l’importanza dell’allevamento, di cui si sfruttavano anche i prodotti secondari; tale attività comportava forme limitate di transumanza, tra aree distinte adatte al pascolo invernale e a quello estivo, in un sistema integrato di sfruttamento del territorio, con la coltivazione dei campi e l’allevamento sia stanziale che itinerante. Nell’ambito di questa cultura l’uso dei pascoli montani ha favorito la comunicazione e l’interscambio per le comunità dei versanti dell’Appennino, influendo nell’uniformare lo stile della caratteristica ceramica lungo la penisola. Se dallo studio dei reperti osteologici provenienti dagli scavi, non sempre è agevole individuare differenze morfologiche nelle prime specie domestiche, altri indicatori possono essere la composizione delle mandrie e le curve di mortalità degli animali: la prevalenza di animali macellati in età giovanile è il risultato di un allevamento che ha come scopo principale lo sfruttamento della carne e dei pellami; la presenza di ovicaprini e bovini adulti è indizio di una economia più articolata, con sfruttamento dei prodotti “secondari”, quali concime, lana, latte, formaggio, o come forza lavoro. Altre informazioni provengono da raffigurazioni o da oggetti e strumenti legati all’allevamento e ai prodotti derivati (morsi equini, aratri in legno, colini, bollitoi e recipienti per la lavorazione del latte, fuseruole e pesi da telaio connessi con la filatura e tessitura…). Incisioni e pitture rupestri in Algeria e nel Sahara documentano l’uso dei bovini come cavalcature da parte dei pastori preistorici. In Italia scene di aratura in cui vengono impiegate coppie di buoi sono ampiamente documentate nelle incisioni rupestri alpine del monte Bego e della Val Camonica, dall’età neolitica, attestando l’importanza dell’allevamento bovino per la rivoluzionaria innovazione che ha permesso l’agricoltura arativa.
|
I processi di domesticazioneDa Università degli Studi di Firenze - Dipartimento Biologia Evoluzionistica - Laboratori di Antropologia http://www.unifi.it/dbalan/CMpro-v-p-88.html
La domesticazione dei bovini e degli animali da pascolo è parte integrante e fondamentale della neolitizzazione, cioè della formazione delle società produttive. Questo processo, che implica una serie graduale di variazioni morfologiche, fisiologiche e comportamentali prodotte dall’azione selettiva dell’uomo, ha seguito percorsi diversi nelle diverse specie. Negli ultimi anni, la domesticazione degli bovini è stata oggetto di studi multidisciplinari che hanno determinato l’intersezione dell’archeologia con la genetica. Recenti lavori basati sul confronto di sequenze mitocondriali di un ampio campione rappresentativo delle diverse razze bovine, hanno identificato nella regione denominata “Mezza Luna Fertile” il centro di origine e di espansione di tutte le razze oggi presenti in Europa, supportando così le ipotesi suggerite in passato da numerose scoperte archeologiche. Tuttavia un contributo significativo alla comprensione del processo di domesticazione dei bovini, è stato fornito dalle analisi del DNA antico dell’ormai estinto Uro (Bos primigenius), un tempo largamente diffuso in tutta l’Europa e l’Asia. L’ applicazione di tecnologie in grado di estrarre ed analizzare il materiale genetico contenuto nei fossili di specie antiche, ha reso possibile proprio la caratterizzazione molecolare del presunto antenato del moderno Bos taurus. Dallo studio di sequenze mitocondriali provenienti da reperti di Bos primigenius inglesi ante domesticazione, emergeva un risultato che non lasciava spazio a dubbi. L’Uro era chiaramente distinto all’interno della variabilità riscontrata tra le razze attuali europee. Questo portava a concludere che non era il fondatore dei bovini domestici che abbiamo oggi. Alla luce di queste scoperte sono state da noi effettuate molteplici analisi sui bovini italiani del periodo Mesolitico e Paleolitico, quindi sicuramente appartenenti alla specie Bos primigenius. L’obiettivo della ricerca era quello di capire se ci fosse stato un contributo genetico dell’uro che viveva in Italia alle varietà italiane, o se anche gli uri “italiani”, come quelli “inglesi” non avessero lasciato discendenti nelle razze bovine attuali. I dati forniti dalle indagini sperimentali hanno suggerito che il modello che prevedeva un unico contributo nel Vicino Oriente alla variabilità genetica delle razze moderne debba essere rivisto. In Italia infatti campioni molto antichi presentano le stesse identiche sequenze che oggi ritroviamo sia tra le razze italiane sia tra quelle europee. Questi risultati indicano prima di tutto che non è possibile asserire con certezza che la domesticazione sia avvenuta in un solo momento e in un solo luogo (come sostenuto sino ad oggi). Inoltre, le analisi statistiche eseguite sulle sequenze di uri provenienti da scavi archeologici in Italia, portano a pensare che ci siano stati eventi di domesticazione indipendenti anche al di fuori della Mezza Luna Fertile, o che forme domestiche (di origine orientale) e selvatiche (locali) possano essersi incrociate. Questa forma di ibridazione potrebbe essere avvenuta in modo spontaneo, quando i bovini non venivano allevati in isolamento, oppure in seguito a scelte operate deliberatamente dai primi allevatori. I principali risultati delle nostre ricerche sono riportati in:
|